Negli ultimi anni la politica europea sembra attraversata da una tensione sempre più evidente. Da un lato cresce il consenso verso movimenti nazionalisti, sovranisti e populisti di destra; dall’altro alcune esperienze progressiste cercano di ricostruire un linguaggio politico capace di parlare nuovamente di giustizia sociale, redistribuzione, lavoro, welfare e disuguaglianze.
L’articolo di Mattia Marasti pubblicato su Valigia Blu, dedicato al tentativo di costruire un nuovo fronte progressista internazionale attorno a figure come Pedro Sánchez e ad alcune esperienze della sinistra statunitense, offre uno spunto interessante per riflettere su una questione più ampia: che cosa sta accadendo oggi alla democrazia contemporanea?
La politica ridotta ad amministrazione
Secondo Chantal Mouffe, uno dei principali problemi delle democrazie contemporanee nasce dall’idea che la politica possa trasformarsi progressivamente in una forma di amministrazione tecnica della società. Negli ultimi decenni molte forze di centrosinistra europee hanno progressivamente abbandonato il terreno del conflitto sociale, avvicinandosi alle logiche del neoliberismo e della governance tecnocratica. La distinzione tra destra e sinistra si è così attenuata su numerosi temi economici e sociali: mercato, austerità, privatizzazioni, contenimento della spesa pubblica, competitività. In questo scenario la politica tende a presentarsi come gestione razionale dell’esistente più che come confronto tra progetti diversi di società. Ma è proprio qui, secondo Mouffe, che emerge il problema. Le società democratiche non possono essere completamente pacificate. Differenze sociali, interessi divergenti, conflitti economici, appartenenze culturali e visioni del mondo differenti continuano inevitabilmente ad attraversarle. Pensare di eliminare il conflitto significa, in qualche modo, rimuovere la dimensione stessa del politico.
Il conflitto non scompare perché smettiamo di nominarlo
Disuguaglianze economiche, precarietà, impoverimento delle classi medie, paura del declino sociale, insicurezza culturale e perdita di rappresentanza continuano ad agire dentro la società anche quando il linguaggio politico tende a neutralizzarli o a trasformarli in semplici problemi tecnici. Quando queste tensioni non trovano rappresentazione democratica, tendono allora a riemergere in altre forme: populismi aggressivi, nazionalismi, polarizzazioni radicali, ricerca di nemici simbolici.
È una lettura che aiuta a comprendere anche l’ascesa delle destre contemporanee in Europa e negli Stati Uniti. Movimenti che vengono spesso liquidati come semplici derive irrazionali riescono invece a intercettare paure, frustrazioni e bisogni reali che una parte della politica progressista ha progressivamente smesso di rappresentare. In questo senso Mouffe propone una critica molto netta alla cosiddetta “post-politica”: l’idea che le grandi contrapposizioni ideologiche siano finite e che la società possa essere governata attraverso competenze tecniche, mediazioni moderate e gestione manageriale.
Antagonismo e agonismo
Mouffe distingue tra antagonismo e agonismo. Nell’antagonismo l’avversario viene percepito come un nemico da eliminare. Il conflitto assume una forma distruttiva, nella quale l’altro non viene riconosciuto come legittimo. L’agonismo, invece, rappresenta la forma propriamente democratica del conflitto. Le differenze rimangono profonde, anche radicali, ma gli avversari si riconoscono reciprocamente come parte legittima dello spazio democratico. La democrazia, allora, non consiste nell’eliminare il conflitto, ma nel renderlo compatibile con il pluralismo. È un passaggio importante perché rompe con una certa idea consensuale della politica. Per Mouffe una società democratica viva non è una società senza tensioni, ma una società capace di dare forma politica ai conflitti evitando che degenerino in esclusione o violenza.
Il ritorno della questione sociale
Dentro questo quadro possono essere lette anche alcune esperienze progressiste contemporanee. Il tentativo di Pedro Sánchez in Spagna, così come alcune esperienze della nuova sinistra americana richiamate nell’articolo di Marasti, sembrano provare a ricostruire una connessione tra democrazia e questione sociale: salari, welfare, costo della vita, servizi pubblici, diritti sociali, redistribuzione. In termini mouffiani, si potrebbe dire che questi progetti cercano di riportare il conflitto sociale dentro lo spazio democratico, evitando che venga interamente monopolizzato dalle destre sovraniste.
Mouffe non propone una politica senza passioni. Al contrario, insiste molto sul fatto che la politica mobiliti sempre anche dimensioni emotive, identitarie e simboliche. Le appartenenze collettive, il senso di riconoscimento, la percezione di essere ascoltati continuano ad avere un ruolo centrale nella costruzione del consenso politico. È anche per questo che la filosofa parla della necessità di costruire un “popolo democratico”, capace di aggregare domande sociali differenti attorno a un progetto di trasformazione progressista.
Naturalmente tutto questo non significa che esista oggi una nuova egemonia progressista già consolidata. Le forze populiste di destra continuano a rappresentare una componente molto forte dello scenario politico internazionale. Tuttavia la riflessione di Mouffe pone una domanda che appare sempre più difficile da eludere: può esistere una democrazia vitale senza conflitto politico reale?
Forse una parte della crisi delle democrazie contemporanee nasce proprio dall’aver confuso il consenso con la neutralizzazione delle differenze sociali. Ma una società democratica non è una società in cui il conflitto sparisce. È una società che riesce a riconoscerlo, rappresentarlo e trasformarlo in confronto politico. Ed è probabilmente dentro questa tensione che si gioca oggi una parte importante del futuro delle democrazie europee.
