Purtroppo ci sono diverse guerre attive, alcune nuove altre meno. I nostri media si sono interessati principalmente della guerra Russia – Ucraina, e ancora marginalmente, anche se i riflessi sui paesi europei non tarderanno a farsi sentire, della guerra di USA e Israele – Iran. Ogni volta che i media si occupano di informare, o meglio dire, narrare una guerra, risultano evidenti distorsioni che secondo Noam Chomsky e Edward S. Herman nel loro “La fabbrica del consenso” edito da Il Saggiatore sono caratteristiche di ogni narrazione fatta dai media. Ma la costruzione del consenso durante la narrazione di una guerra assume anche caratteristiche peculiari.
Partendo dalle riflessioni di Chomsky e Herman diversi studiosi di comunicazione hanno individuato alcune tecniche ricorrenti attraverso cui i media contribuiscono a costruire consenso durante le guerre. Non si tratta necessariamente di manipolazioni intenzionali, ma di meccanismi narrativi e istituzionali che orientano la percezione pubblica.
Selezione e gerarchia delle notizie
La prima tecnica consiste nel decidere quali eventi diventano notizia e quanto spazio ricevono. Durante una guerra alcuni fatti vengono messi in prima pagina e seguiti per settimane; altri vengono marginalizzati o ignorati. Questo produce una gerarchia morale implicita. Se un evento riceve grande copertura, appare socialmente e politicamente più grave. Chomsky e Herman mostrano che la visibilità delle violenze dipende spesso dal contesto geopolitico: crimini del nemico e crimini degli alleati non ricevono lo stesso trattamento.
Framing narrativo del conflitto
Il framing riguarda il modo in cui un evento viene interpretato e raccontato. Un conflitto può essere presentato come difesa della libertà, guerra preventiva, intervento umanitario, lotta contro il terrorismo. Il frame scelto orienta la lettura morale della guerra. Un esempio classico è la rappresentazione del conflitto come scontro tra bene e male, che semplifica la complessità politica e riduce lo spazio del dissenso.
Dipendenza dalle fonti ufficiali
Il giornalismo di guerra dipende fortemente da governi, eserciti, apparati diplomatici, servizi di intelligence. Queste istituzioni forniscono conferenze stampa, briefing militari, accesso alle zone di guerra. Questa dipendenza crea una asimmetria informativa, le versioni ufficiali diventano spesso la base del racconto mediatico. In molte guerre contemporanee questo fenomeno è stato rafforzato dal sistema dei giornalisti “embedded”, integrati nelle unità militari. Apparentemente più oggettivi ma manipolati attraverso la loro partecipazione solo a determinati eventi ed esclusi da altri.
Linguaggio eufemistico o tecnicizzato
Il linguaggio utilizzato nei media può attenuare la percezione della violenza. Esempi frequenti: “danni collaterali” invece di morti civili; “operazione di sicurezza” invece di bombardamento; “neutralizzare un obiettivo” invece di uccidere. Questo tipo di linguaggio produce una distanza emotiva rispetto alla realtà della guerra. Gli studiosi di comunicazione osservano che la terminologia militare tende a diventare linguaggio giornalistico.
Personalizzazione e demonizzazione del nemico
Un’altra tecnica consiste nel concentrare la responsabilità del conflitto su una figura o su un gruppo demonizzato. Spesso i media costruiscono una narrativa centrata su leader descritti come tiranni o folli e nemici presentati come barbarici o irrazionali. Questo processo ha due effetti: semplifica il conflitto, riducendolo alla volontà di un individuo; rafforza la legittimità morale dell’intervento militare. La guerra diventa così una lotta contro il male incarnato in una figura politica o un determinato stato.
Quindi secondo molti studi sui media di guerra, la costruzione del consenso avviene attraverso cinque dinamiche principali:
- selezione delle notizie
- framing narrativo del conflitto
- dipendenza dalle fonti ufficiali
- linguaggio eufemistico o tecnicizzato
- demonizzazione del nemico
Questi processi non implicano necessariamente una propaganda centralizzata, ma riflettono strutture istituzionali e culturali del sistema mediatico.
