La deriva mistica della politica

Nell’articolo “Il fanatismo mistico che Leone mette a nudo”, Luca Celada richiama un elemento cruciale del nostro presente: la saldatura tra religione, politica e immaginario salvifico. Le parole del papa contro la “blasfemia della guerra” non sono solo una presa di posizione etica, ma la denuncia di un dispositivo culturale più profondo, in cui il potere si riveste di sacralità. (il manifesto)

Il punto sociologicamente rilevante è che il fanatismo non si limita a una fede intensa: esso produce una visione del mondo duale, in cui la realtà è divisa tra bene e male, tra eletti e nemici. In questo schema, la costruzione del nemico non è un effetto collaterale, ma una condizione necessaria.

Come già aveva mostrato Max Weber, il potere carismatico tende a legittimarsi attraverso una dimensione quasi religiosa. Quando il leader viene rappresentato come figura salvifica – fino a identificarsi simbolicamente con il Messia, come osserva Celada – si attiva un processo di trasfigurazione politica: il dissenso diventa eresia, l’avversario diventa nemico.

Non è un passaggio solo retorico. È una trasformazione che modifica il modo in cui i gruppi percepiscono la realtà sociale. Già Émile Durkheim aveva mostrato come i gruppi rafforzino la propria coesione attraverso simboli condivisi; ma nel fanatismo questi simboli diventano assoluti e impermeabili.

Il nemico assume allora tre funzioni: identitaria: definisce chi siamo; morale: giustifica ogni azione; politica: legittima conflitto e violenza. Nel linguaggio contemporaneo, questo processo si manifesta nella retorica delle “guerre sante”, dove l’avversario non è più interlocutore ma incarnazione del male. (il manifesto)

Il successo del fanatismo, oggi come ieri, si lega anche alla sua capacità di offrire semplificazioni radicali. In contesti segnati da incertezza, crisi o disorientamento, la narrazione binaria (noi/loro, bene/male) riduce la complessità e restituisce senso. Come suggerirebbe Peter L. Berger, si tratta di una risposta alla fragilità delle “cornici di significato” nella modernità: il fanatismo ricostruisce un ordine, ma al prezzo dell’esclusione.

L’aspetto più inquietante, che emerge anche dall’analisi di Celada, è che questa logica non è confinata a contesti marginali o estremisti. Essa può attraversare le democrazie contemporanee, soprattutto quando il linguaggio politico assume toni assoluti e salvifici. In questi casi, il rischio non è solo il conflitto, ma la progressiva erosione dello spazio pubblico: se l’altro è nemico, il dialogo diventa inutile.

Il fanatismo religioso – o politico-religioso – non è soltanto un eccesso di fede. È un dispositivo sociale potente, capace di costruire identità, mobilitare emozioni e giustificare la violenza attraverso la sacralizzazione del conflitto.

Per questo il vero antidoto non è la semplice critica razionale, ma la difesa di uno spazio simbolico condiviso in cui l’altro non sia mai ridotto a nemico.

(L’immagine è creata da IA e pubblicata sul social Trust)

One man’s terrorist is another man’s freedom fighter

La definizione di “terrorismo” è profondamente legata alla prospettiva da cui si osserva un conflitto. Le azioni violente possono essere interpretate come atti di terrore o come lotta per la libertà, a seconda di chi ne è spettatore e dei valori in gioco. Andrea Salvatore (2019) analizza come la violenza possa essere strumentalizzata per fini politici, mostrando che la linea tra combattenti per la libertà e terroristi è spesso sfumata. Similmente, Antonio Cerella (2009) mette in luce la difficoltà di tracciare una netta distinzione tra terrorismo e resistenza legittima.

La scelta tra autorità e libertà

Max Weber osserva: «Nessuna etica del mondo può prescindere dal fatto che il raggiungimento di fini “buoni” è il più delle volte accompagnato dall’uso di mezzi sospetti o per lo meno pericolosi… ciò vale in modo particolare per chi combatta per una fede, tanto religiosa quanto rivoluzionaria». Questa riflessione ci invita a considerare come l’uso della violenza possa assumere significati diversi a seconda del contesto.

Anche Hannah Arendt ci mette in guardia: «La sostanza stessa dell’azione violenta è governata dalla categoria mezzi-fine, la cui caratteristica principale, se applicata agli affari umani, è sempre stata che il fine corre il pericolo di venire sopraffatto dai mezzi che esso giustifica» (Arendt, 1970). Questo ci ricorda quanto sia complesso bilanciare gli obiettivi e i mezzi utilizzati per raggiungerli.

Il dibattito su chi debba essere considerato terrorista o combattente per la libertà continua a essere attuale, sfidandoci a riflettere sui confini della giustizia e dell’etica in situazioni di conflitto.

Fonti:

  • Salvatore, Andrea (2019). Violenza, terrore, politica: per una definizione del concetto di terrorismo.
  • Cerella, Antonio (2009). Terrorismo: storia e analisi di un concetto. Trasgressioni, 49(3), 41-59.
  • Arendt, Hannah (1970). On Violence. Tr. it. Sulla violenza, Parma, Guanda, 1996.
  • Max Weber (1919), La politica come professione, Armando Editore, 1997