Il laureato invisibile: Salim El Koudri

Negli articoli che il quotidiano Il Foglio ha dedicato al caso di Salim El Koudri emerge qualcosa che va ben oltre la cronaca. Dietro la discussione sulla follia, sulla responsabilità, sulla radicalizzazione e sull’integrazione si intravede infatti una questione sociologica molto più profonda: cosa accade quando una società promette inclusione attraverso l’istruzione, il merito e la cittadinanza simbolica, ma produce contemporaneamente esperienze diffuse di mancato riconoscimento?

Tra i vari interventi, quello di Antonio Gurrado  “El Koudri, il laureato”  coglie un punto particolarmente significativo: quasi nessuno insiste sul fatto che El Koudri fosse laureato. Eppure proprio questo dettaglio incrina molte delle narrazioni rassicuranti con cui le società contemporanee tendono a rappresentare l’integrazione. Il laureato dovrebbe incarnare la riuscita del percorso meritocratico: studio, mobilità sociale, accesso alla cittadinanza simbolica. Ma quando il soggetto formalmente integrato continua a percepirsi marginale, umiliato o invisibile, allora la laurea smette di essere semplicemente un titolo di studio e diventa il segno di una promessa incompiuta. È qui che il pensiero di Pierre Bourdieu diventa straordinariamente utile. Bourdieu ha mostrato come i sistemi educativi moderni non siano soltanto strumenti di emancipazione, ma anche dispositivi che distribuiscono legittimità sociale in modo selettivo. La scuola e l’università promettono uguaglianza delle opportunità, ma spesso trasformano differenze sociali preesistenti in differenze percepite come “naturali”, meritocratiche, individuali. Il titolo di studio rappresenta certamente una forma di capitale culturale, ma il suo valore concreto dipende dal riconoscimento sociale che riesce a produrre.

Nel caso evocato dagli articoli del Foglio emerge precisamente questa tensione: El Koudri appare contemporaneamente “dentro” e “fuori” la società. È istruito, alfabetizzato ai codici culturali italiani, laureato, ma al tempo stesso continua a essere percepito – e forse a percepirsi – come soggetto sospeso, non pienamente riconosciuto. In termini bourdieusiani, si potrebbe dire che possiede alcune forme di capitale culturale senza riuscire a convertirle pienamente in capitale simbolico. Ed è proprio questa frattura che produce spesso esperienze di rabbia, frustrazione, umiliazione sociale. Bourdieu insisteva molto sul fatto che la dominazione moderna non si esercita soltanto attraverso la coercizione economica o politica, ma attraverso il riconoscimento differenziale del valore delle persone. La violenza simbolica consiste precisamente in questo: far apparire naturali, legittime, quasi inevitabili gerarchie che sono invece storicamente e socialmente costruite. Per questo il tema del “laureato invisibile” diventa sociologicamente centrale. La sofferenza sociale contemporanea non nasce soltanto dalla povertà materiale, ma dallo scarto tra aspettative interiorizzate e riconoscimento effettivamente ottenuto.

Questo nodo si intreccia con un’altra questione decisiva: l’uso pubblico della follia. Claudio Cerasa, nel testo dedicato “all’uso politico della follia di fronte al terrore”, sostiene che la categoria della malattia mentale venga mobilitata selettivamente per interpretare alcuni eventi violenti e neutralizzarne altri. Anche qui il riferimento a Bourdieu aiuta a comprendere il problema. Le categorie attraverso cui leggiamo il mondo sociale non sono mai neutre: sono strumenti di classificazione, e quindi anche di potere. Definire qualcuno come “terrorista”, “folle”, “emarginato”, “fanatico”, “disagiato” significa inserirlo dentro un regime di intelligibilità che orienta immediatamente le reazioni morali, politiche e mediatiche. Bourdieu parlava del potere di nominazione come di una delle forme più profonde del potere simbolico. Chi possiede autorità culturale o mediatica ha anche il potere di stabilire quale interpretazione della realtà debba apparire legittima. In questo senso gli articoli colgono un elemento reale delle società contemporanee: ogni fatto traumatico viene immediatamente trasformato in conflitto interpretativo. Prima ancora che si chiariscano pienamente i fatti, si combatte già una battaglia sul loro significato.

Non si tratta semplicemente di “capire cosa è successo”, ma di stabilire quale narrazione debba prevalere. La follia può allora diventare una categoria clinica, ma anche una categoria politica. Dire che un soggetto “era folle” può significare molte cose diverse: ridurre la portata politica del gesto, individualizzare il problema, rassicurare collettivamente, oppure sottrarre l’evento a letture identitarie più ampie. Allo stesso modo, enfatizzare esclusivamente l’appartenenza culturale o religiosa può trasformare un caso individuale in simbolo collettivo. Qui emerge un aspetto molto attuale del pensiero di Bourdieu: le società contemporanee sono attraversate da lotte permanenti per il monopolio della definizione legittima della realtà. I media, la politica, gli esperti, i social network partecipano continuamente a questa competizione simbolica. E proprio nei momenti di crisi – attentati, violenze, conflitti identitari – queste lotte diventano particolarmente visibili.

Gli articoli del Foglio insistono anche sul rischio di ridurre il caso di Modena a una sorta di cronaca psicologica o morbosa, una “Garlasco minore”, concentrata sui dettagli biografici, sulle ossessioni individuali o sulle patologie. Anche questa osservazione è sociologicamente rilevante. Bourdieu criticava fortemente quella che definiva “illusione biografica”: la tendenza a spiegare i fenomeni sociali ricostruendo narrazioni individuali coerenti, come se le traiettorie personali potessero essere comprese indipendentemente dalle strutture sociali dentro cui si formano. Naturalmente nessuna struttura sociale determina automaticamente la violenza. Sarebbe sociologicamente ingenuo sostenere il contrario. Ma sarebbe altrettanto riduttivo leggere questi eventi soltanto come anomalie individuali. Il punto non è stabilire una causalità semplice tra esclusione e violenza, bensì comprendere come alcune forme di sofferenza sociale si sviluppino dentro società che producono aspettative crescenti di autorealizzazione, riconoscimento e successo.

È probabilmente questo il cuore più interessante della vicenda evocata dagli articoli: El Koudri sembra incarnare una figura tipicamente contemporanea, quella del soggetto formalmente integrato ma simbolicamente precario. Una figura che non coincide né con l’escluso tradizionale né con il pienamente incluso. Le società contemporanee producono infatti integrazioni incomplete, cittadinanze fragili, appartenenze intermittenti. E spesso proprio queste zone intermedie generano le tensioni più difficili da interpretare. Bourdieu aveva intuito molto bene questo processo quando parlava delle contraddizioni della democratizzazione scolastica. L’accesso più ampio all’istruzione non elimina automaticamente le disuguaglianze; talvolta le rende persino più dolorose, perché moltiplica le aspettative di riconoscimento. Quando il sistema promette mobilità, dignità e inclusione ma distribuisce concretamente riconoscimento in modo diseguale, allora la frustrazione non viene percepita come destino collettivo, bensì come ferita personale.

In questo senso il caso di Salim El Koudri non riguarda soltanto la sicurezza, la psichiatria o l’integrazione. Riguarda il funzionamento simbolico delle società contemporanee. Riguarda il rapporto tra istruzione e riconoscimento, tra identità e cittadinanza, tra diagnosi e interpretazione politica. E riguarda soprattutto la crescente difficoltà delle società occidentali nel costruire narrazioni condivise capaci di tenere insieme complessità sociale, sofferenza individuale e conflitto culturale senza ridurre tutto a semplificazione ideologica. Forse è proprio qui che il pensiero di Pierre Bourdieu mantiene ancora oggi tutta la sua forza: nel ricordarci che dietro le categorie apparentemente neutre con cui descriviamo il mondo – integrazione, merito, follia, successo, devianza – si giocano sempre rapporti di potere, lotte per il riconoscimento e conflitti sulla definizione legittima della realtà sociale.

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Il nuovo sistema di accesso agli studi medico-scientifici

“L’istruzione tende a riprodurre la struttura della distribuzione del capitale culturale tra le classi sociali, trasformando l’eredità culturale in successo scolastico e, quindi, in titoli scolastici che conferiscono un vantaggio in termini di accesso alle posizioni sociali superiori.” Pierre Bourdieu

Il modello francese

Il sistema francese consente agli studenti di iniziare il primo anno di studi medico-sanitari senza test d’ingresso iniziale, ma la selezione avviene al termine del primo anno. Durante questo anno, gli studenti frequentano corsi comuni per diverse discipline sanitarie (medicina, odontoiatria, farmacia, ostetricia), affrontando esami impegnativi. Solo coloro che superano questi esami con i migliori risultati sono ammessi al secondo anno di studi.

Il vantaggio di questo modello è che offre a un numero più ampio di studenti l’opportunità di dimostrare il proprio impegno e capacità sul campo, piuttosto che basare l’accesso esclusivamente su un test di ammissione preliminare. Tuttavia, rimane un sistema altamente selettivo che porta a una scrematura importante alla fine del primo anno.

L’accento su meritocrazia e inclusione

L’Italia sta prendendo spunto da questo sistema, proponendo una modifica che consente l’accesso aperto al primo semestre di medicina, seguito da una selezione basata sui risultati ottenuti in quel periodo, con l’obiettivo di rendere il processo di selezione più meritocratico e inclusivo.

Pierre Bourdieu sostiene che il sistema educativo non sia neutrale, ma al contrario, contribuisca a perpetuare la stratificazione sociale. La scuola favorisce coloro che già possiedono il capitale culturale e sociale necessario per avere successo. Gli studenti provenienti dalle classi dominanti accedono più facilmente a livelli superiori di istruzione, mentre quelli delle classi subordinate faticano ad adattarsi a un sistema che non riconosce il loro background. Il risultato è una riproduzione delle disuguaglianze di classe, che vengono giustificate attraverso l’idea di merito. Questo processo rende la gerarchia sociale stabile, poiché chi ha già privilegi li mantiene grazie all’accesso più agevole alle risorse educative.

Habitus e riproduzione delle diseguaglianze

Nel contesto educativo l’habitus, concetto centrale nel pensiero di Bordieu, influenza come gli studenti percepiscono il mondo e come si comportano all’interno delle istituzioni scolastiche. Gli studenti delle classi sociali più basse interiorizzano inconsciamente aspettative limitate e adattano le loro ambizioni e comportamenti di conseguenza, accettando implicitamente le loro posizioni nella gerarchia sociale. Al contrario, gli studenti delle classi dominanti si sentono più a loro agio e sicuri di sé, poiché le loro predisposizioni culturali sono in linea con le aspettative scolastiche.

In sintesi, Bordieu nella sua ricerca pubblicata nel libro “La riproduzione”1 evidenzia che l’istruzione, lungi dall’essere un processo di equa distribuzione delle opportunità, contribuisca attivamente alla riproduzione delle disuguaglianze sociali. La modifica del sistema di accesso alla facoltà di medicina, lungi dal temperare questa tendenza, rischia di accentuarla.

Una rappresentazione cinematografica del sistema di accesso francese agli studi medico-scientifici si trova nel film “Il primo anno” Regia di Thomas Lilti, Francia, 2018.

  1. Pierre Bourdieu, La riproduzione, Guaraldi, 2006 ↩︎