Arlacchi e la violenza dell’Occidente

Battaglia nel deserto

Quello che sta accadendo in medio oriente con l’aggressione militare di U.S.A. e Israele richiama alla mente le riflessioni del sociologo Pino Arlacchi nel suo “La Cina spiegata all’Occidente”.

In un capitolo del libro propone una tesi importante, secondo me: l’Occidente moderno avrebbe sviluppato una particolare propensione alla guerra, alla conquista e anche a forme di genocidio, a differenza di altre società, come pert esempio quella cinese.

In estrema sintesi i punti principali della sua tesi sono:

  1. La violenza come tratto storico dell’espansione occidentale.

Arlacchi sostiene che la storia dell’Occidente, con le radici già nell’antica Grecia e in particolare a partire dal XV secolo, è segnata da un ciclo quasi continuo di espansione militare. L’Europa e poi l’Occidente avrebbero costruito la loro potenza principalmente attraverso il colonialismo di insediamento con relativa soppressione delle popolazioni indigene, lo sfruttamento economico delle risorse dei paesi colonizzati attraverso l’uso sistematico della guerra e il potere militare come principale strumento politico.

Tra i fatti più significativi della modernità addita la conquista delle Americhe e lo sterminio delle popolazioni indigene, la deportazione delle popolazioni africane vendute e utilizzate come schiavi, le guerre coloniali in Africa che ha portato a suddividere il continente in aree di gestione coloniale definendo confini e stati prima inesistenti, per arrrivare ovviamente alle due grandi guerre mondiali scatenate dagli stati occidentali.

In conclusione ritiene che la modernità occidentale sia indissolubilmente intrecciata con la violenza militare e imperiale.

  1. Genocidi e distruzioni di massa

Partendo dai tratti culturali dell’Occidente che affondano le radici nell’antichità, Arlacchi evidenzia che già i filosofi greci giustificavano i comportamenti degli eserciti orientati al genocidio delle popolazioni sconfitte in guerra, come anche vari passi della Bibbia. Molte delle più grandi distruzioni di popolazioni nella storia recente sono avvenute nel contesto dell’espansione o dei conflitti occidentali: la colonizzazione delle Americhe avrebbe prodotto uno dei più grandi crolli demografici della storia umana; il colonialismo europeo ha spesso implicato guerre di annientamento o repressioni brutali; il Novecento occidentale è stato segnato da guerre di massa.

Ritiene quindi utile se non necessario relativizzare la narrazione morale occidentale, che tende a presentarsi come portatrice universale di diritti e civiltà dimenticando spesso la propria storia di violenza, imperialismo e genocidi.

One man’s terrorist is another man’s freedom fighter

La definizione di “terrorismo” è profondamente legata alla prospettiva da cui si osserva un conflitto. Le azioni violente possono essere interpretate come atti di terrore o come lotta per la libertà, a seconda di chi ne è spettatore e dei valori in gioco. Andrea Salvatore (2019) analizza come la violenza possa essere strumentalizzata per fini politici, mostrando che la linea tra combattenti per la libertà e terroristi è spesso sfumata. Similmente, Antonio Cerella (2009) mette in luce la difficoltà di tracciare una netta distinzione tra terrorismo e resistenza legittima.

La scelta tra autorità e libertà

Max Weber osserva: «Nessuna etica del mondo può prescindere dal fatto che il raggiungimento di fini “buoni” è il più delle volte accompagnato dall’uso di mezzi sospetti o per lo meno pericolosi… ciò vale in modo particolare per chi combatta per una fede, tanto religiosa quanto rivoluzionaria». Questa riflessione ci invita a considerare come l’uso della violenza possa assumere significati diversi a seconda del contesto.

Anche Hannah Arendt ci mette in guardia: «La sostanza stessa dell’azione violenta è governata dalla categoria mezzi-fine, la cui caratteristica principale, se applicata agli affari umani, è sempre stata che il fine corre il pericolo di venire sopraffatto dai mezzi che esso giustifica» (Arendt, 1970). Questo ci ricorda quanto sia complesso bilanciare gli obiettivi e i mezzi utilizzati per raggiungerli.

Il dibattito su chi debba essere considerato terrorista o combattente per la libertà continua a essere attuale, sfidandoci a riflettere sui confini della giustizia e dell’etica in situazioni di conflitto.

Fonti:

  • Salvatore, Andrea (2019). Violenza, terrore, politica: per una definizione del concetto di terrorismo.
  • Cerella, Antonio (2009). Terrorismo: storia e analisi di un concetto. Trasgressioni, 49(3), 41-59.
  • Arendt, Hannah (1970). On Violence. Tr. it. Sulla violenza, Parma, Guanda, 1996.
  • Max Weber (1919), La politica come professione, Armando Editore, 1997