Il laureato invisibile: Salim El Koudri

Negli articoli che il quotidiano Il Foglio ha dedicato al caso di Salim El Koudri emerge qualcosa che va ben oltre la cronaca. Dietro la discussione sulla follia, sulla responsabilità, sulla radicalizzazione e sull’integrazione si intravede infatti una questione sociologica molto più profonda: cosa accade quando una società promette inclusione attraverso l’istruzione, il merito e la cittadinanza simbolica, ma produce contemporaneamente esperienze diffuse di mancato riconoscimento?

Tra i vari interventi, quello di Antonio Gurrado  “El Koudri, il laureato”  coglie un punto particolarmente significativo: quasi nessuno insiste sul fatto che El Koudri fosse laureato. Eppure proprio questo dettaglio incrina molte delle narrazioni rassicuranti con cui le società contemporanee tendono a rappresentare l’integrazione. Il laureato dovrebbe incarnare la riuscita del percorso meritocratico: studio, mobilità sociale, accesso alla cittadinanza simbolica. Ma quando il soggetto formalmente integrato continua a percepirsi marginale, umiliato o invisibile, allora la laurea smette di essere semplicemente un titolo di studio e diventa il segno di una promessa incompiuta. È qui che il pensiero di Pierre Bourdieu diventa straordinariamente utile. Bourdieu ha mostrato come i sistemi educativi moderni non siano soltanto strumenti di emancipazione, ma anche dispositivi che distribuiscono legittimità sociale in modo selettivo. La scuola e l’università promettono uguaglianza delle opportunità, ma spesso trasformano differenze sociali preesistenti in differenze percepite come “naturali”, meritocratiche, individuali. Il titolo di studio rappresenta certamente una forma di capitale culturale, ma il suo valore concreto dipende dal riconoscimento sociale che riesce a produrre.

Nel caso evocato dagli articoli del Foglio emerge precisamente questa tensione: El Koudri appare contemporaneamente “dentro” e “fuori” la società. È istruito, alfabetizzato ai codici culturali italiani, laureato, ma al tempo stesso continua a essere percepito – e forse a percepirsi – come soggetto sospeso, non pienamente riconosciuto. In termini bourdieusiani, si potrebbe dire che possiede alcune forme di capitale culturale senza riuscire a convertirle pienamente in capitale simbolico. Ed è proprio questa frattura che produce spesso esperienze di rabbia, frustrazione, umiliazione sociale. Bourdieu insisteva molto sul fatto che la dominazione moderna non si esercita soltanto attraverso la coercizione economica o politica, ma attraverso il riconoscimento differenziale del valore delle persone. La violenza simbolica consiste precisamente in questo: far apparire naturali, legittime, quasi inevitabili gerarchie che sono invece storicamente e socialmente costruite. Per questo il tema del “laureato invisibile” diventa sociologicamente centrale. La sofferenza sociale contemporanea non nasce soltanto dalla povertà materiale, ma dallo scarto tra aspettative interiorizzate e riconoscimento effettivamente ottenuto.

Questo nodo si intreccia con un’altra questione decisiva: l’uso pubblico della follia. Claudio Cerasa, nel testo dedicato “all’uso politico della follia di fronte al terrore”, sostiene che la categoria della malattia mentale venga mobilitata selettivamente per interpretare alcuni eventi violenti e neutralizzarne altri. Anche qui il riferimento a Bourdieu aiuta a comprendere il problema. Le categorie attraverso cui leggiamo il mondo sociale non sono mai neutre: sono strumenti di classificazione, e quindi anche di potere. Definire qualcuno come “terrorista”, “folle”, “emarginato”, “fanatico”, “disagiato” significa inserirlo dentro un regime di intelligibilità che orienta immediatamente le reazioni morali, politiche e mediatiche. Bourdieu parlava del potere di nominazione come di una delle forme più profonde del potere simbolico. Chi possiede autorità culturale o mediatica ha anche il potere di stabilire quale interpretazione della realtà debba apparire legittima. In questo senso gli articoli colgono un elemento reale delle società contemporanee: ogni fatto traumatico viene immediatamente trasformato in conflitto interpretativo. Prima ancora che si chiariscano pienamente i fatti, si combatte già una battaglia sul loro significato.

Non si tratta semplicemente di “capire cosa è successo”, ma di stabilire quale narrazione debba prevalere. La follia può allora diventare una categoria clinica, ma anche una categoria politica. Dire che un soggetto “era folle” può significare molte cose diverse: ridurre la portata politica del gesto, individualizzare il problema, rassicurare collettivamente, oppure sottrarre l’evento a letture identitarie più ampie. Allo stesso modo, enfatizzare esclusivamente l’appartenenza culturale o religiosa può trasformare un caso individuale in simbolo collettivo. Qui emerge un aspetto molto attuale del pensiero di Bourdieu: le società contemporanee sono attraversate da lotte permanenti per il monopolio della definizione legittima della realtà. I media, la politica, gli esperti, i social network partecipano continuamente a questa competizione simbolica. E proprio nei momenti di crisi – attentati, violenze, conflitti identitari – queste lotte diventano particolarmente visibili.

Gli articoli del Foglio insistono anche sul rischio di ridurre il caso di Modena a una sorta di cronaca psicologica o morbosa, una “Garlasco minore”, concentrata sui dettagli biografici, sulle ossessioni individuali o sulle patologie. Anche questa osservazione è sociologicamente rilevante. Bourdieu criticava fortemente quella che definiva “illusione biografica”: la tendenza a spiegare i fenomeni sociali ricostruendo narrazioni individuali coerenti, come se le traiettorie personali potessero essere comprese indipendentemente dalle strutture sociali dentro cui si formano. Naturalmente nessuna struttura sociale determina automaticamente la violenza. Sarebbe sociologicamente ingenuo sostenere il contrario. Ma sarebbe altrettanto riduttivo leggere questi eventi soltanto come anomalie individuali. Il punto non è stabilire una causalità semplice tra esclusione e violenza, bensì comprendere come alcune forme di sofferenza sociale si sviluppino dentro società che producono aspettative crescenti di autorealizzazione, riconoscimento e successo.

È probabilmente questo il cuore più interessante della vicenda evocata dagli articoli: El Koudri sembra incarnare una figura tipicamente contemporanea, quella del soggetto formalmente integrato ma simbolicamente precario. Una figura che non coincide né con l’escluso tradizionale né con il pienamente incluso. Le società contemporanee producono infatti integrazioni incomplete, cittadinanze fragili, appartenenze intermittenti. E spesso proprio queste zone intermedie generano le tensioni più difficili da interpretare. Bourdieu aveva intuito molto bene questo processo quando parlava delle contraddizioni della democratizzazione scolastica. L’accesso più ampio all’istruzione non elimina automaticamente le disuguaglianze; talvolta le rende persino più dolorose, perché moltiplica le aspettative di riconoscimento. Quando il sistema promette mobilità, dignità e inclusione ma distribuisce concretamente riconoscimento in modo diseguale, allora la frustrazione non viene percepita come destino collettivo, bensì come ferita personale.

In questo senso il caso di Salim El Koudri non riguarda soltanto la sicurezza, la psichiatria o l’integrazione. Riguarda il funzionamento simbolico delle società contemporanee. Riguarda il rapporto tra istruzione e riconoscimento, tra identità e cittadinanza, tra diagnosi e interpretazione politica. E riguarda soprattutto la crescente difficoltà delle società occidentali nel costruire narrazioni condivise capaci di tenere insieme complessità sociale, sofferenza individuale e conflitto culturale senza ridurre tutto a semplificazione ideologica. Forse è proprio qui che il pensiero di Pierre Bourdieu mantiene ancora oggi tutta la sua forza: nel ricordarci che dietro le categorie apparentemente neutre con cui descriviamo il mondo – integrazione, merito, follia, successo, devianza – si giocano sempre rapporti di potere, lotte per il riconoscimento e conflitti sulla definizione legittima della realtà sociale.

Su tema vedi anche;

La deriva mistica della politica

Nell’articolo “Il fanatismo mistico che Leone mette a nudo”, Luca Celada richiama un elemento cruciale del nostro presente: la saldatura tra religione, politica e immaginario salvifico. Le parole del papa contro la “blasfemia della guerra” non sono solo una presa di posizione etica, ma la denuncia di un dispositivo culturale più profondo, in cui il potere si riveste di sacralità. (il manifesto)

Il punto sociologicamente rilevante è che il fanatismo non si limita a una fede intensa: esso produce una visione del mondo duale, in cui la realtà è divisa tra bene e male, tra eletti e nemici. In questo schema, la costruzione del nemico non è un effetto collaterale, ma una condizione necessaria.

Come già aveva mostrato Max Weber, il potere carismatico tende a legittimarsi attraverso una dimensione quasi religiosa. Quando il leader viene rappresentato come figura salvifica – fino a identificarsi simbolicamente con il Messia, come osserva Celada – si attiva un processo di trasfigurazione politica: il dissenso diventa eresia, l’avversario diventa nemico.

Non è un passaggio solo retorico. È una trasformazione che modifica il modo in cui i gruppi percepiscono la realtà sociale. Già Émile Durkheim aveva mostrato come i gruppi rafforzino la propria coesione attraverso simboli condivisi; ma nel fanatismo questi simboli diventano assoluti e impermeabili.

Il nemico assume allora tre funzioni: identitaria: definisce chi siamo; morale: giustifica ogni azione; politica: legittima conflitto e violenza. Nel linguaggio contemporaneo, questo processo si manifesta nella retorica delle “guerre sante”, dove l’avversario non è più interlocutore ma incarnazione del male. (il manifesto)

Il successo del fanatismo, oggi come ieri, si lega anche alla sua capacità di offrire semplificazioni radicali. In contesti segnati da incertezza, crisi o disorientamento, la narrazione binaria (noi/loro, bene/male) riduce la complessità e restituisce senso. Come suggerirebbe Peter L. Berger, si tratta di una risposta alla fragilità delle “cornici di significato” nella modernità: il fanatismo ricostruisce un ordine, ma al prezzo dell’esclusione.

L’aspetto più inquietante, che emerge anche dall’analisi di Celada, è che questa logica non è confinata a contesti marginali o estremisti. Essa può attraversare le democrazie contemporanee, soprattutto quando il linguaggio politico assume toni assoluti e salvifici. In questi casi, il rischio non è solo il conflitto, ma la progressiva erosione dello spazio pubblico: se l’altro è nemico, il dialogo diventa inutile.

Il fanatismo religioso – o politico-religioso – non è soltanto un eccesso di fede. È un dispositivo sociale potente, capace di costruire identità, mobilitare emozioni e giustificare la violenza attraverso la sacralizzazione del conflitto.

Per questo il vero antidoto non è la semplice critica razionale, ma la difesa di uno spazio simbolico condiviso in cui l’altro non sia mai ridotto a nemico.

(L’immagine è creata da IA e pubblicata sul social Trust)

Propaganda di guerra

Ragazze iraniane alla moda in un grande centro commerciale di Theran

Purtroppo ci sono diverse guerre attive, alcune nuove altre meno. I nostri media si sono interessati principalmente della guerra Russia – Ucraina, e ancora marginalmente, anche se i riflessi sui paesi europei non tarderanno a farsi sentire, della guerra di USA e Israele – Iran. Ogni volta che i media si occupano di informare, o meglio dire, narrare una guerra, risultano evidenti distorsioni che secondo Noam Chomsky e Edward S. Herman nel loro “La fabbrica del consenso” edito da Il Saggiatore sono caratteristiche di ogni narrazione fatta dai media. Ma la costruzione del consenso durante la narrazione di una guerra assume anche caratteristiche peculiari.

Partendo dalle riflessioni di Chomsky e Herman diversi studiosi di comunicazione hanno individuato alcune tecniche ricorrenti attraverso cui i media contribuiscono a costruire consenso durante le guerre. Non si tratta necessariamente di manipolazioni intenzionali, ma di meccanismi narrativi e istituzionali che orientano la percezione pubblica.

Selezione e gerarchia delle notizie

La prima tecnica consiste nel decidere quali eventi diventano notizia e quanto spazio ricevono. Durante una guerra alcuni fatti vengono messi in prima pagina e seguiti per settimane; altri vengono marginalizzati o ignorati. Questo produce una gerarchia morale implicita. Se un evento riceve grande copertura, appare socialmente e politicamente più grave. Chomsky e Herman mostrano che la visibilità delle violenze dipende spesso dal contesto geopolitico: crimini del nemico e crimini degli alleati non ricevono lo stesso trattamento.

Framing narrativo del conflitto

Il framing riguarda il modo in cui un evento viene interpretato e raccontato. Un conflitto può essere presentato come difesa della libertà, guerra preventiva, intervento umanitario, lotta contro il terrorismo. Il frame scelto orienta la lettura morale della guerra. Un esempio classico è la rappresentazione del conflitto come scontro tra bene e male, che semplifica la complessità politica e riduce lo spazio del dissenso.

Dipendenza dalle fonti ufficiali

Il giornalismo di guerra dipende fortemente da governi, eserciti, apparati diplomatici, servizi di intelligence. Queste istituzioni forniscono conferenze stampa, briefing militari, accesso alle zone di guerra. Questa dipendenza crea una asimmetria informativa, le versioni ufficiali diventano spesso la base del racconto mediatico. In molte guerre contemporanee questo fenomeno è stato rafforzato dal sistema dei giornalisti “embedded”, integrati nelle unità militari. Apparentemente più oggettivi ma manipolati attraverso la loro partecipazione solo a determinati eventi ed esclusi da altri.

Linguaggio eufemistico o tecnicizzato

Il linguaggio utilizzato nei media può attenuare la percezione della violenza. Esempi frequenti: “danni collaterali” invece di morti civili; “operazione di sicurezza” invece di bombardamento; “neutralizzare un obiettivo” invece di uccidere. Questo tipo di linguaggio produce una distanza emotiva rispetto alla realtà della guerra. Gli studiosi di comunicazione osservano che la terminologia militare tende a diventare linguaggio giornalistico.

Personalizzazione e demonizzazione del nemico

Un’altra tecnica consiste nel concentrare la responsabilità del conflitto su una figura o su un gruppo demonizzato. Spesso i media costruiscono una narrativa centrata su leader descritti come tiranni o folli e nemici presentati come barbarici o irrazionali. Questo processo ha due effetti: semplifica il conflitto, riducendolo alla volontà di un individuo; rafforza la legittimità morale dell’intervento militare. La guerra diventa così una lotta contro il male incarnato in una figura politica o un determinato stato.

Quindi secondo molti studi sui media di guerra, la costruzione del consenso avviene attraverso cinque dinamiche principali:

  1. selezione delle notizie
  2. framing narrativo del conflitto
  3. dipendenza dalle fonti ufficiali
  4. linguaggio eufemistico o tecnicizzato
  5. demonizzazione del nemico

Questi processi non implicano necessariamente una propaganda centralizzata, ma riflettono strutture istituzionali e culturali del sistema mediatico.

Arlacchi e la violenza dell’Occidente

Battaglia nel deserto

Quello che sta accadendo in medio oriente con l’aggressione militare di U.S.A. e Israele richiama alla mente le riflessioni del sociologo Pino Arlacchi nel suo “La Cina spiegata all’Occidente”.

In un capitolo del libro propone una tesi importante, secondo me: l’Occidente moderno avrebbe sviluppato una particolare propensione alla guerra, alla conquista e anche a forme di genocidio, a differenza di altre società, come pert esempio quella cinese.

In estrema sintesi i punti principali della sua tesi sono:

  1. La violenza come tratto storico dell’espansione occidentale.

Arlacchi sostiene che la storia dell’Occidente, con le radici già nell’antica Grecia e in particolare a partire dal XV secolo, è segnata da un ciclo quasi continuo di espansione militare. L’Europa e poi l’Occidente avrebbero costruito la loro potenza principalmente attraverso il colonialismo di insediamento con relativa soppressione delle popolazioni indigene, lo sfruttamento economico delle risorse dei paesi colonizzati attraverso l’uso sistematico della guerra e il potere militare come principale strumento politico.

Tra i fatti più significativi della modernità addita la conquista delle Americhe e lo sterminio delle popolazioni indigene, la deportazione delle popolazioni africane vendute e utilizzate come schiavi, le guerre coloniali in Africa che ha portato a suddividere il continente in aree di gestione coloniale definendo confini e stati prima inesistenti, per arrrivare ovviamente alle due grandi guerre mondiali scatenate dagli stati occidentali.

In conclusione ritiene che la modernità occidentale sia indissolubilmente intrecciata con la violenza militare e imperiale.

  1. Genocidi e distruzioni di massa

Partendo dai tratti culturali dell’Occidente che affondano le radici nell’antichità, Arlacchi evidenzia che già i filosofi greci giustificavano i comportamenti degli eserciti orientati al genocidio delle popolazioni sconfitte in guerra, come anche vari passi della Bibbia. Molte delle più grandi distruzioni di popolazioni nella storia recente sono avvenute nel contesto dell’espansione o dei conflitti occidentali: la colonizzazione delle Americhe avrebbe prodotto uno dei più grandi crolli demografici della storia umana; il colonialismo europeo ha spesso implicato guerre di annientamento o repressioni brutali; il Novecento occidentale è stato segnato da guerre di massa.

Ritiene quindi utile se non necessario relativizzare la narrazione morale occidentale, che tende a presentarsi come portatrice universale di diritti e civiltà dimenticando spesso la propria storia di violenza, imperialismo e genocidi.

Polizia irrompe  nelle librerie Educational Bookshop di Gerusalemme

Scrive Sarah Parenzo su Il Manifesto: “«Lo Stato di Israele contro Ahmad e Mahmoud Muna»: così si apre il protocollo dell’udienza tenutasi questo lunedì mattina presso il Tribunale di I grado di Gerusalemme. A difendere gli imputati dall’accusa di «turbamento dell’ordine pubblico» è l’avvocato Nasser Odeh, ma questa volta non si tratta del solito caso di palestinesi dall’identità anonima e per capirlo basta gettare un’occhiata fuori dall’aula. Nel corridoio siedono in fila rappresentanti diplomatici di Gran Bretagna, Belgio, Brasile, Francia, Svizzera, Irlanda, Svezia, Paesi Bassi e dell’Unione europea, mentre all’esterno ha luogo una manifestazione di solidarietà nella quale i dimostranti espongono cartelli con la scritta: «Non c’è santità in una città occupata». Mahmoud e Ahmad, rispettivamente zio e nipote, sono infatti a loro volta intellettuali, attivisti e imprenditori culturali, ma soprattutto gestori della celebre catena di librerie Educational bookshop, istituzione e tappa obbligata per ogni diplomatico, giornalista, attivista o ricercatore in visita a Gerusalemme est.” [1]

Michel Foucault è stato uno dei pensatori più influenti del XX secolo sul rapporto tra conoscenza e potere. Nei suoi studi, ha mostrato come il sapere non sia mai neutrale, ma sia sempre legato a sistemi di potere che lo producono e lo regolano. Il suo lavoro è fondamentale per comprendere fenomeni come la censura, il controllo dell’informazione e la costruzione della verità.

Foucault ci aiuta a vedere come il controllo della conoscenza non sia mai neutrale, ma sia sempre un’espressione del potere. Nel caso dell’Educational Bookshop, possiamo analizzare:

Il controllo del discorso (quali narrazioni sono permesse e quali no),

Il sapere come strumento di potere (chi decide cosa è “pericoloso”),

Le tecniche di disciplina e sorveglianza (autocensura e repressione),

La biopolitica e il controllo della cultura (regolazione dell’identità collettiva),

Le possibilità di resistenza (solidarietà e contro-narrazioni).


1. Archeologia del Sapere e il Ruolo dei Discorsi

Uno dei contributi fondamentali di Foucault è l’analisi dei discorsi come strutture che organizzano la conoscenza in un determinato periodo storico. Nel suo libro “L’archeologia del sapere”, Foucault mostra come la conoscenza non si sviluppi in modo lineare o progressivo, ma sia soggetta a trasformazioni determinate da regole culturali e politiche spesso invisibili.
Secondo Foucault, ogni epoca ha una propria episteme, cioè un insieme di regole che definiscono ciò che è considerato “vero” o “falso”. Queste regole non derivano solo da scoperte scientifiche o da dati oggettivi, ma sono il risultato di processi storici e sociali.

Educational Bookshop: l’accusa di diffondere “testi di istigazione al terrorismo” potrebbe essere vista come un tentativo di ridefinire i confini del discorso accettabile, stabilendo cosa può essere detto e cosa no all’interno di una specifica episteme.


2. Il Sapere come Strumento di Potere

Foucault rifiuta l’idea che il potere sia solo qualcosa che reprime e censura. Nel suo concetto di “potere-sapere”, dimostra che il potere non è solo negativo (cioè repressivo), ma anche produttivo: crea categorie, istituzioni, discipline e persino identità.
Ad esempio, nella società moderna, il sapere medico non solo descrive la malattia, ma costruisce anche la figura del “malato” come soggetto specifico. Allo stesso modo, il sapere giuridico crea la categoria del “criminale”.
Il potere è quindi diffuso ovunque e si esercita attraverso le istituzioni, le norme, il linguaggio e i discorsi.

Educational Bookshop: qui vediamo il potere operare nella costruzione del “pericolo” legato alla diffusione di determinati libri. La criminalizzazione della cultura palestinese attraverso la confisca dei testi potrebbe essere interpretata come una forma di biopolitica (vedi sotto), in cui lo Stato cerca di disciplinare e controllare la popolazione attraverso il sapere.


3. Sorveglianza e Disciplina

Nel libro “Sorvegliare e punire”, Foucault analizza l’evoluzione delle tecniche di controllo sociale, mostrando come nelle società moderne il potere non si eserciti più solo attraverso la violenza fisica, ma attraverso forme di sorveglianza e normalizzazione.
Un esempio centrale è quello del Panopticon, un modello di prigione ideato dal filosofo Jeremy Bentham, in cui i detenuti non possono vedere chi li sorveglia, ma sanno di poter essere osservati in ogni momento. Questo genera un’autodisciplina: le persone interiorizzano la sorveglianza e si comportano come se fossero sempre controllate.
Per Foucault, questo principio non riguarda solo le prigioni, ma tutte le istituzioni moderne: scuole, ospedali, fabbriche, uffici e, oggi, i media e le piattaforme digitali.

Educational Bookshop: il raid e la confisca dei libri servono non solo a eliminare determinati testi, ma anche a generare un effetto di autocensura: librai e intellettuali potrebbero evitare di trattare certi temi per paura di ritorsioni.


4. Biopolitica e il Controllo della Vita

Nel suo ultimo periodo, Foucault sviluppa il concetto di biopolitica, ovvero il modo in cui il potere moderno non si limita a governare i territori, ma disciplina direttamente la vita delle persone, regolando la salute, la riproduzione, la sessualità e persino l’accesso al sapere.
La biopolitica si manifesta attraverso leggi, istituzioni e pratiche che determinano chi ha il diritto di vivere e chi no (thanatopolitica). Ad esempio, le politiche migratorie, le pratiche di censura, il controllo delle informazioni e delle identità culturali sono tutte espressioni di biopolitica.

Educational Bookshop: il sequestro dei libri e l’arresto dei librai fanno parte di una strategia di biopolitica in cui lo Stato cerca di ridefinire non solo la narrazione storica, ma anche chi ha il diritto di raccontarla e diffonderla.


5. Resistenza e Contropoteri

Nonostante il potere sia pervasivo, Foucault non lo vede come assoluto e insormontabile. Dove c’è potere, ci sono sempre forme di resistenza. Le lotte per la libertà di espressione, le pratiche di contro-narrazione e la diffusione alternativa del sapere sono forme di resistenza al potere.
Per Foucault, non esiste un’unica “verità” da difendere, ma un campo di battaglia tra discorsi e interpretazioni. L’obiettivo non è trovare una verità assoluta, ma smascherare i meccanismi attraverso cui certe conoscenze vengono imposte come universali.

Educational Bookshop: la solidarietà internazionale, le proteste e l’acquisto di libri in risposta al raid sono forme di resistenza che rimettono in discussione il controllo del sapere imposto dallo Stato.


[1] Sarah Parenzo: <https://ilmanifesto.it/irruzione-alleducational-bookshop-libri-confiscati-e-proprietari-in-manette>

Il pensiero di Saskia Sassen sui paradossi della globalizzazione e la giustizia Sovranazionale

Saskia Sassen ha dedicato gran parte della sua ricerca a studiare gli effetti della globalizzazione sullo spazio urbano, sul potere politico e sulla governance globale. Un aspetto centrale del suo pensiero riguarda i paradossi della globalizzazione, ovvero come le dinamiche transnazionali creino nuove opportunità di regolazione e giustizia, ma al tempo stesso generino esclusione e concentrazione del potere. Questo si riflette anche nel ruolo delle istituzioni sovranazionali, come la Corte Penale Internazionale (CPI).


1. Il Paradosso della sovranità: Stati indeboliti ma potere accentrato

  • La globalizzazione ha eroso il concetto tradizionale di sovranità nazionale, trasferendo parte del potere decisionale a istituzioni transnazionali (come l’ONU, il WTO e la CPI).
  • Tuttavia, questo non ha portato a una maggiore equità globale, ma piuttosto a una frammentazione del potere: alcuni stati (soprattutto i più deboli o periferici) vedono limitata la loro capacità di autodeterminazione, mentre i grandi attori globali (multinazionali, potenze economiche) continuano a dominare.
  • Contraddizione: la giustizia internazionale dovrebbe essere universale, ma nella pratica colpisce più facilmente i leader di stati deboli, mentre le grandi potenze trovano spesso modi per aggirarla o ignorarla.

La Corte Penale Internazionale

  • La CPI ha perseguito leader di paesi africani e di stati meno influenti, ma è stata meno efficace nell’affrontare crimini di guerra commessi da grandi potenze.
  • Alcuni stati (come gli USA, la Cina e la Russia) non riconoscono la giurisdizione della CPI, limitandone l’efficacia.

2. Il Paradosso della regolazione: più norme, meno controllo democratizzante

  • La globalizzazione ha creato un aumento delle normative internazionali, inclusi trattati sui diritti umani e meccanismi di giustizia globale.
  • Tuttavia, queste regolazioni sono spesso decise da élite tecnocratiche senza un vero coinvolgimento democratico.
  • La CPI, ad esempio, opera come un’istituzione autonoma, ma chi ne determina l’agenda? In teoria, dovrebbe agire sulla base di principi universali, ma in pratica subisce pressioni politiche.

3. Il Paradosso dell’esclusione: espansione globale vs. marginalizzazione

  • Mentre la globalizzazione ha favorito l’integrazione economica e legale a livello globale, ha anche escluso milioni di persone dai benefici di questa nuova governance.
  • Le istituzioni internazionali impongono regole e sanzioni, ma chi garantisce che queste norme proteggano davvero i più vulnerabili?
  • La CPI dovrebbe essere uno strumento per combattere l’impunità globale, ma nei fatti si scontra con disuguaglianze di potere che ne limitano l’azione.

4. Il Paradosso della giustizia: crimini globali, punizioni selettive

  • Sassen evidenzia che, sebbene la CPI sia un’istituzione fondamentale per la giustizia globale, essa non è ancora in grado di perseguire tutti i crimini in modo equo.
  • Gli stati e le grandi aziende responsabili di crisi economiche, danni ambientali, sfruttamento del lavoro sfuggono spesso alla giustizia internazionale.
  • Non esiste una “Corte Penale Internazionale per i crimini economici”, eppure le politiche di austerità e le pratiche di alcune multinazionali causano effetti devastanti su intere popolazioni.

Quale futuro per la giustizia sovranazionale?

Sassen suggerisce che la giustizia sovranazionale potrebbe evolversi in due direzioni:

  1. Verso una democratizzazione effettiva, con maggiore equità nella sua applicazione.
  2. Verso una strumentalizzazione del diritto, in cui le istituzioni internazionali diventino strumenti di potere per pochi attori globali.

In sintesi, la CPI rappresenta un progresso verso la giustizia globale, ma il suo funzionamento è ancora influenzato da asimmetrie di potere che ne limitano l’efficacia. Il rischio, secondo Sassen, è che la giustizia globale diventi un altro strumento di esclusione, piuttosto che di protezione universale.


  1. Saskia Sassen, Le città nell’economia globale, il Mulino, Bologna, 2004
  2. Saskia Sassen, Globalizzati e scontenti, Il Saggiatore, Milano, 2002
  3. Saskia Sassen, Una sociologia della globalizzazione, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2008
  4. Saskia Sassen, Una città nell’economia globale, Il Mulino, 2010
  5. Saskia Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, il Mulino, Bologna, 2015

Intelligenza artificiale e propaganda: perché le fake news diventano virali?

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il modo in cui la propaganda politica si diffonde, rendendo ancora più semplice manipolare la realtà e creare contenuti che catturano l’attenzione e si diffondono viralmente. L’articolo di Giulio Cavalli, pubblicato su Left1, denuncia come alcune forze politiche, in particolare la destra italiana, stiano utilizzando immagini generate dall’IA per alimentare paure e pregiudizi, sfruttando una strategia precisa di manipolazione sociale.

Ma perché questi contenuti funzionano così bene? Il sociologo e esperto di marketing Jonah Berger, nel suo libro Contagioso. Perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono2, individua sei principi che spiegano perché certi contenuti si diffondono rapidamente. Analizzando la strategia descritta nell’articolo attraverso il lavoro di Berger, emergono alcune dinamiche chiave:

  1. Valuta sociale: Condividere immagini “scandalose” o “allarmanti” fa sentire gli utenti informati e rilevanti, rafforzando la propria identità politica.
  2. Stimoli: Le immagini si legano a temi sempre presenti nel dibattito pubblico, come immigrazione e identità culturale, funzionando come “promemoria” che spingono alla condivisione.
  3. Emozioni: Contenuti che suscitano rabbia o paura generano maggiore engagement, spingendo le persone ad agire e condividere.
  4. Visibilità pubblica: La standardizzazione estetica della propaganda (colori cupi, toni apocalittici) crea un marchio visivo riconoscibile, facilitando la diffusione.
  5. Valore pratico: Anche le fake news appaiono utili per chi le condivide, spesso come “avvertimenti” contro presunte minacce.
  6. Storie: Le immagini e i messaggi sono inseriti in narrazioni coinvolgenti che rafforzano una visione polarizzata del mondo.

La combinazione di questi fattori rende i contenuti generati dall’IA strumenti potentissimi di propaganda, capaci di sfruttare le vulnerabilità psicologiche e sociali degli utenti. Il risultato? Una realtà distorta, creata ad arte, che si sovrappone alla realtà vera, offuscandola.

Cosa possiamo fare?
Diventa essenziale promuovere strumenti di educazione digitale, incentivare il fact-checking e soprattutto sviluppare una consapevolezza critica sui meccanismi che rendono certi contenuti irresistibili. Solo comprendendo perché le fake news “attaccano” possiamo iniziare a difenderci.


Conclusione

L’IA può essere un megafono per la disinformazione, ma comprendere le strategie di viralità che la alimentano è il primo passo per smascherarne i pericoli. Come comunità, dobbiamo impegnarci a riconoscere e combattere queste dinamiche, costruendo un dialogo informato e basato su dati reali.

  1. Giulio Cavalli, L’intelligenza artificiale, il nuovo megafono della destra italiana, left.it, <https://left.it/2024/11/26/lintelligenza-artificiale-il-nuovo-megafono-della-destra-italiana/> ↩︎
  2. Jonah Berger, Contagioso. Perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono, ROI Edizioni, 2022 ↩︎

Genocidio, tabù e realtà: riflessioni su un’accusa difficile da pronunciare (parte 2)

Il ruolo della società civile e l’immaginario collettivo

Un altro aspetto chiave del pensiero di Semelin è il ruolo della società civile. I genocidi non sono opera esclusiva delle élite politiche o militari; coinvolgono la popolazione, che può agire come complice attiva o passiva.

Complicità sociale

In molti genocidi, la società civile partecipa alla violenza, o almeno la tollera. Questo è possibile perché la propaganda crea un consenso attorno all’idea che l’eliminazione del gruppo target sia necessaria per la sopravvivenza della comunità. Nel caso di Gaza, è importante interrogarsi su come le narrazioni globali ed interne influenzino le percezioni delle popolazioni coinvolte.

Il tabù del genocidio

Come sottolineato da Anna Foa, il termine “genocidio” è spesso considerato troppo carico di implicazioni morali e politiche per essere usato facilmente. Tuttavia, la riluttanza a usare questa parola può impedire un’analisi critica e tempestiva delle violenze in corso. Semelin ci ricorda che i genocidi non avvengono solo nei tribunali della Storia, ma si costruiscono giorno per giorno, attraverso azioni e omissioni.

Un messaggio universale: il genocidio come prodotto umano

Infine, Semelin ci invita a vedere il genocidio come un prodotto delle dinamiche umane, non come un evento eccezionale. Questo approccio ci consente di superare la tentazione di considerare il genocidio come qualcosa di alieno o irrazionale, attribuendolo solo a “mostri” o regimi totalitari. Il genocidio è un fenomeno sociale e culturale, che nasce dalle stesse dinamiche che regolano la vita quotidiana: le relazioni di potere, le identità collettive e la paura dell’altro.

Iinterrogarsi oggi

Il Papa, Anna Foa e Jacques Semelin ci offrono prospettive diverse ma complementari. Sollevare la questione del genocidio non significa necessariamente accusare, ma piuttosto invitare alla riflessione e alla vigilanza. In un mondo sempre più polarizzato, le parole contano: possono essere strumenti di pace o armi di distruzione.

Il nostro compito, come cittadini e studiosi, è quello di analizzare criticamente le dinamiche sociali e politiche che possono condurre alla violenza di massa, ricordando che prevenire il genocidio significa riconoscerne i segni prima che sia troppo tardi.

(parte 1)

Genocidio, tabù e realtà: riflessioni su un’accusa difficile da pronunciare (parte 1)

Il genocidio come tema attuale e controverso

Di recente, Papa Francesco ha sollevato una questione di enorme delicatezza, proponendo di indagare se quanto accade a Gaza possa essere considerato un genocidio. Le sue parole, contenute nel libro La speranza non delude mai, hanno suscitato forti reazioni. Da una parte, l’Ambasciata israeliana presso la Santa Sede ha risposto con fermezza, ricordando che il massacro del 7 ottobre è stato il vero atto genocida. Dall’altra, la storica Anna Foa ha accolto positivamente l’intervento del Papa 1, evidenziando come il termine “genocidio” sia un tabù in Israele, anche tra i più critici verso il governo.

La questione del genocidio è al centro di un dibattito che coinvolge storici, sociologi e studiosi di scienze politiche. Come definire e riconoscere un genocidio? E quali sono le implicazioni morali e politiche di questa accusa?

Per rispondere a queste domande, è utile ricorrere al pensiero di Jacques Semelin, studioso di genocidi e massacri di massa, che ha fornito strumenti teorici per analizzare fenomeni di questo tipo senza semplificazioni ideologiche o morali.

Genocidio: un processo, non un evento improvviso

Semelin, nel suo libro Purficare e distruggere 2, sottolinea che il genocidio è un processo sociale graduale. Non è un’esplosione improvvisa di violenza, ma un fenomeno che si sviluppa in più fasi, spesso in risposta a crisi politiche, economiche o militari. Questa visione può aiutarci a comprendere la complessità di quanto avviene in contesti di conflitto, come quello israelo-palestinese.

La separazione tra “noi” e “loro”

Il genocidio inizia con la costruzione di un’alterità radicale. Attraverso propaganda e retoriche politiche, il gruppo bersaglio viene identificato come nemico, contaminante o pericoloso. Nel caso di Gaza, la retorica politica e mediatica contribuisce a rafforzare questa divisione, attribuendo responsabilità collettive e giustificando interventi militari come atti di autodifesa.

Deumanizzazione

Una delle fasi centrali del genocidio è la deumanizzazione del gruppo target. Questo processo trasforma le persone in categorie simboliche (terroristi, parassiti, nemici), rendendo accettabile la violenza contro di loro. Semelin ci invita a riflettere su come il linguaggio utilizzato dai leader politici e dai media possa favorire questa dinamica.

Escalation verso la distruzione fisica

La distruzione fisica di un gruppo, secondo Semelin, non è mai un atto spontaneo. Richiede pianificazione, organizzazione e complicità sociale. Anche nei contesti contemporanei, è necessario analizzare in che misura le istituzioni e la società civile contribuiscano a perpetuare o fermare la violenza.

Continua – parte 2

  1. Anna Maria Brogi, Foa: Genocidio? Parola tabù in Israele. Bene che il Papa l’abbia pronunciata, avvenire.it, visitato il 18 novembre 2024, <https://www.avvenire.it/mondo/pagine/l-intervista-una-parola-tabu-che-non-risuona-in-is> ↩︎
  2. Jacques Sémelin, Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, Einaudi, Torino, 2007 ↩︎

La disillusione elettorale e la teoria di Roberto Michels: uno sguardo sociologico

Negli ultimi anni il calo dell’affluenza elettorale è diventato un trend sempre più evidente. Perché sempre meno cittadini si recano alle urne? Un’utile chiave di lettura è offerta da Roberto Michels e dalla sua celebre Sociologia del partito politico1, che introduce la “legge ferrea dell’oligarchia”.

La legge ferrea dell’oligarchia

Secondo Michels, tutti i partiti politici, anche quelli fondati su principi democratici, tendono inevitabilmente a trasformarsi in organizzazioni oligarchiche. Questo avviene perché:

– La complessità organizzativa richiede una leadership permanente.

– I leader, col tempo, acquisiscono il controllo delle risorse e delle decisioni, distanziandosi dalla base.

– Le masse tendono a delegare passivamente, consolidando il potere delle élite.

Le implicazioni per l’affluenza elettorale

Questa dinamica oligarchica offre una spiegazione al fenomeno della disillusione elettorale:

1. Distacco tra élite e cittadini 

   Gli elettori percepiscono i leader dei partiti come distanti e più interessati al mantenimento del proprio potere che alla rappresentanza degli interessi collettivi. Questo genera una perdita di fiducia e motivazione al voto.  

2. Percezione di inutilità del voto 

   Se il potere è concentrato nelle mani di pochi e i partiti sembrano simili nelle loro proposte, molti cittadini possono ritenere che votare non abbia un reale impatto.

3. Partiti conservatori di fatto 

   Michels sottolinea che i partiti tendono a conservare lo status quo per preservare se stessi, perdendo la capacità di rappresentare le istanze di cambiamento richieste dalle fasce più giovani e marginalizzate.

4. Alienazione e apatia politica 

   Le élite partitiche, interessate a perpetuare il proprio potere, possono allontanare i cittadini più critici, che finiscono per sentirsi esclusi dai processi decisionali.

Un sistema in crisi?

La bassa affluenza elettorale può essere letta come un sintomo di una più ampia crisi di legittimità. Se i cittadini percepiscono la democrazia rappresentativa come un processo formale, incapace di rispondere ai bisogni reali, il sistema politico stesso viene messo in discussione.

Ripensare la partecipazione politica

Per invertire il trend del disinteresse elettorale, è necessario:

– Recuperare un rapporto autentico tra partiti e cittadini.

– Promuovere una maggiore partecipazione diretta nei processi decisionali.

– Riformare i meccanismi interni dei partiti per ridurre la concentrazione del potere.

La teoria di Michels ci invita a riflettere su come le dinamiche interne ai partiti influenzino il comportamento elettorale e sulla necessità di riscoprire nuove forme di partecipazione per restituire vitalità alla democrazia.

  1. Michels Roberto, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, Il Mulino, Bologna, 1966 ↩︎