Migranti in Albania e ‘Vite di scarto’

Esaminando l’articolo del Fatto Quotidiano1 riguardante il trattenimento dei migranti in Albania e collegandolo con le teorie di Bauman sviluppate in ‘Vite di scarto’2, possiamo notare diverse connessioni tematiche, specialmente riguardo la marginalizzazione, la ghettizzazione e lo scarto umano.

‘Vite di scarto’ e migranti

Bauman descrive le “vite di scarto” come quelle persone che, in un contesto globalizzato, vengono considerate inutili dal sistema economico e sociale, proprio come gli oggetti rifiutati. Nell’articolo, i migranti trattenuti in Albania vengono trattati secondo una logica simile: sono persone “scartate” dalle politiche migratorie italiane, che cercano di gestirle in luoghi esterni al territorio nazionale (l’Albania in questo caso). Questi individui, spesso provenienti da paesi considerati sicuri per alcune categorie e non per altre, diventano parte di un processo di esclusione in cui vengono trattati come un “problema” da spostare e confinare fuori dai confini europei.

Esclusione sociale e ghettizzazione 

Il tentativo del governo italiano di trattenere i migranti in Albania rappresenta una forma di ghettizzazione geografica. Trasferendoli fuori dal proprio territorio, l’Italia cerca di creare una barriera fisica e simbolica tra sé e questi “scarti” umani. Bauman descrive questo fenomeno come parte di una strategia di esclusione sociale: le persone indesiderabili vengono spostate in spazi isolati, lontani dagli occhi del pubblico, dove possono essere controllate senza disturbare il resto della popolazione. Il trattenimento dei migranti in Albania è un esempio di come i governi possano tentare di confinare le persone “scartate” in aree marginali, lontano dai luoghi di appartenenza e dalle opportunità di integrazione.

Spreco umano e cultura del consumo

Bauman, nel parlare del “consumo” di vite umane, osserva come il capitalismo globalizzato generi continuamente persone che diventano “inutili” per il sistema, analoghe ai rifiuti prodotti dal consumo di beni materiali. Nell’articolo, i migranti sono trattati secondo una logica simile: vengono considerati “superflui” e, di conseguenza, trasferiti in Albania e sottoposti a procedure accelerate per respingere le loro domande di asilo. Il modo in cui le loro vite vengono gestite appare simile a quello di una merce indesiderata che deve essere rapidamente smaltita. Questa “accelerazione” nel rifiuto delle richieste di asilo rispecchia la logica del consumo rapido e dello scarto efficiente.

Conclusione 

Il caso dei migranti trattenuti in Albania rappresenta un esempio concreto delle dinamiche di esclusione, ghettizzazione e trattamento delle vite umane come “scarti” che Bauman analizza. La loro condizione è frutto di un sistema che li considera irrilevanti e li sposta ai margini, cercando di tenerli lontani dalle strutture centrali del potere e del benessere sociale. Questo riflette una realtà contemporanea in cui le vite non integrate nei meccanismi economici e politici dominanti vengono rapidamente scartate o confinate.

  1. Baraggino, Franz. “Albania, le motivazioni dei giudici di Roma che hanno negato la convalida al trattenimento dei migranti: ‘Insussistenza dei presupposti’.” Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2024. <https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/10/05/migranti-in-albania-la-corte-europea-censura-i-piani-dellitalia-cosa-dice-la-sentenza-ue-e-perche-e-un-problema-per-il-governo/7718566/> ↩︎
  2. Bauman, Zygmunt. Vite di scarto. Bari: Laterza, 2007 ↩︎

Rischi politici e sociali nella società globale: il caso dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente

“Nella società del rischio, diventiamo consapevoli del fatto che la sicurezza assoluta è un’illusione, e che il tentativo di creare una sicurezza totale può generare nuovi pericoli. In un mondo globalizzato, i rischi non conoscono confini.” Ulrich Beck

Nel contesto della società del rischio descritta da Ulrich Beck1, i rischi politici e sociali giocano un ruolo cruciale nella gestione delle crisi globali. Le guerre e i conflitti, in particolare, rappresentano una forma di rischio amplificato dalla globalizzazione, dove le decisioni di una singola nazione possono avere ripercussioni su scala planetaria. Gli attuali conflitti tra Russia e Ucraina e tra Israele e Hamas sono esempi emblematici di come il rischio politico e sociale non solo colpisca direttamente le popolazioni locali, ma abbia anche implicazioni globali.

Crisi di fiducia nelle istituzioni e gestione dei conflitti

Secondo Beck, una delle caratteristiche della società del rischio è la crisi di fiducia nelle istituzioni politiche, spesso incapaci di prevenire o risolvere conflitti complessi e transnazionali. Questo fenomeno è evidente nel contesto della guerra in Ucraina e nel conflitto israelo-palestinese.

  • Nel caso della guerra tra Russia e Ucraina, l’invasione russa del 2022 ha scatenato una crisi internazionale di ampia portata. Le istituzioni internazionali, come l’ONU, l’UE e la NATO, si sono dimostrate limitate nel prevenire il conflitto e nel gestirne le conseguenze. La stessa Russia ha sfidato le norme internazionali, mettendo in discussione il ruolo degli organismi multilaterali nella risoluzione dei conflitti.
  • Allo stesso modo, nel conflitto tra Israele e Hamas, assistiamo a una situazione in cui le istituzioni internazionali faticano a promuovere una risoluzione duratura. La sfiducia diffusa sia a livello regionale che internazionale ha complicato gli sforzi diplomatici, mentre le tensioni aumentano non solo tra i protagonisti diretti, ma anche tra le potenze internazionali coinvolte.

Rischio come strumento di potere

Beck analizza anche come i rischi vengano spesso strumentalizzati politicamente. Nel contesto dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente, i governi e le parti in causa utilizzano la percezione del rischio come leva per mantenere o estendere il proprio potere.

  • La Russia ha giustificato la sua invasione come una forma di “protezione” contro l’espansione della NATO, dipingendo l’Occidente come una minaccia esistenziale. In questo caso, il rischio politico e militare è stato utilizzato per giustificare un’azione bellica e consolidare il potere interno.
  • Nel conflitto tra Israele e Hamas, il rischio del terrorismo e della violenza viene sfruttato sia da Hamas che dal governo israeliano. Hamas presenta le sue azioni come una resistenza all’occupazione, mentre Israele giustifica le operazioni militari in risposta agli attacchi come necessarie per la sicurezza nazionale. Entrambe le parti utilizzano il rischio percepito per legittimare il loro potere e le loro azioni militari, a scapito di una soluzione pacifica.

Disuguaglianza nell’esposizione ai rischi

Un tema chiave di Beck è la distribuzione diseguale dei rischi all’interno delle società. Nei conflitti in corso, questa disuguaglianza è evidente sia a livello nazionale che internazionale.

  • In Ucraina, la popolazione civile è stata colpita in modo sproporzionato dagli effetti devastanti della guerra, dalle perdite di vite umane alla distruzione delle infrastrutture. Molte aree urbane sono diventate teatri di battaglia, lasciando le persone comuni a pagare il prezzo più alto. Mentre l’élite politica e militare è in gran parte protetta, le persone comuni affrontano il rischio quotidiano della violenza e della perdita delle loro case.
  • Allo stesso modo, nel conflitto tra Israele e Hamas, i civili di entrambe le parti, sia israeliani che palestinesi, subiscono le conseguenze più gravi. I palestinesi, in particolare, vivono in condizioni di vulnerabilità estrema, esposti non solo agli attacchi diretti, ma anche alle conseguenze dell’assedio di Gaza, come la mancanza di accesso ai beni di prima necessità e alle cure mediche. Una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite ha accusato lo stato ebraico di sterminio.

Questa disuguaglianza nella gestione dei rischi non si limita ai confini nazionali, ma si riflette anche nel ruolo delle potenze internazionali. Ad esempio, mentre le nazioni occidentali forniscono supporto militare e diplomatico all’Ucraina e Israele, altre nazioni del mondo, in particolare nei paesi in via di sviluppo, subiscono gli effetti indiretti della guerra, come l’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari.

Politica del rischio e decisioni collettive

Nel contesto della società del rischio, le decisioni politiche riguardano non solo la distribuzione delle risorse, ma anche la distribuzione dei rischi. I governi devono prendere decisioni difficili su come affrontare i rischi transnazionali, come nel caso dei conflitti in corso.

  • Nel conflitto russo-ucraino, i paesi europei e la NATO hanno dovuto bilanciare il rischio di un confronto diretto con la Russia con la necessità di sostenere l’Ucraina. Questo ha portato a una politica di contenimento e di sostegno militare indiretto, per evitare il rischio di un’escalation nucleare o di un conflitto diretto tra Russia e Occidente.
  • Nella gestione del conflitto tra Israele e Hamas, le potenze regionali e internazionali devono fare i conti con i rischi associati a un’escalation del conflitto. Ogni intervento rischia di destabilizzare ulteriormente la regione e di alimentare nuove ondate di violenza. Le decisioni politiche in questo contesto sono spesso intrappolate in una logica di gestione dell’emergenza, piuttosto che in una prospettiva di lungo termine per la pace.

Nuove forme di governance e cooperazione internazionale

Beck propone che la gestione dei rischi globali richieda nuove forme di governance e una maggiore cooperazione internazionale. Questo è particolarmente rilevante nei conflitti attuali, dove le risposte nazionali sembrano insufficienti.

  • Nel caso della guerra in Ucraina, la risposta delle istituzioni internazionali, come l’ONU, è stata ampiamente criticata per la sua inefficacia. Tuttavia, l’esistenza di sanzioni economiche e misure diplomatiche dimostra la necessità di una governance globale più efficace per affrontare i conflitti armati.
  • Nel conflitto israelo-palestinese, la mancanza di una soluzione politica duratura richiede un approccio globale che coinvolga non solo le parti in conflitto, ma anche le principali potenze internazionali e regionali. Beck suggerisce che solo una governance multilaterale può affrontare i rischi a lungo termine, prevenendo ulteriori escalation di violenza.

Conclusione

I conflitti tra Russia e Ucraina e tra Israele e Hamas sono esempi emblematici di come i rischi politici e sociali nella società globale si intreccino, con conseguenze devastanti non solo per le popolazioni locali, ma anche per la stabilità internazionale. La gestione dei rischi globali richiede una cooperazione internazionale rafforzata e una nuova concezione della governance, in grado di affrontare le sfide transnazionali in modo più efficace e inclusivo. Le attuali istituzioni, pur svolgendo un ruolo importante, devono essere ripensate per adattarsi a un mondo in cui il rischio è globale e la sicurezza non può più essere garantita solo a livello nazionale.


  1. Ulrich Beck, La società del rischio, Carricci Editore, 2013 ↩︎

One man’s terrorist is another man’s freedom fighter

La definizione di “terrorismo” è profondamente legata alla prospettiva da cui si osserva un conflitto. Le azioni violente possono essere interpretate come atti di terrore o come lotta per la libertà, a seconda di chi ne è spettatore e dei valori in gioco. Andrea Salvatore (2019) analizza come la violenza possa essere strumentalizzata per fini politici, mostrando che la linea tra combattenti per la libertà e terroristi è spesso sfumata. Similmente, Antonio Cerella (2009) mette in luce la difficoltà di tracciare una netta distinzione tra terrorismo e resistenza legittima.

La scelta tra autorità e libertà

Max Weber osserva: «Nessuna etica del mondo può prescindere dal fatto che il raggiungimento di fini “buoni” è il più delle volte accompagnato dall’uso di mezzi sospetti o per lo meno pericolosi… ciò vale in modo particolare per chi combatta per una fede, tanto religiosa quanto rivoluzionaria». Questa riflessione ci invita a considerare come l’uso della violenza possa assumere significati diversi a seconda del contesto.

Anche Hannah Arendt ci mette in guardia: «La sostanza stessa dell’azione violenta è governata dalla categoria mezzi-fine, la cui caratteristica principale, se applicata agli affari umani, è sempre stata che il fine corre il pericolo di venire sopraffatto dai mezzi che esso giustifica» (Arendt, 1970). Questo ci ricorda quanto sia complesso bilanciare gli obiettivi e i mezzi utilizzati per raggiungerli.

Il dibattito su chi debba essere considerato terrorista o combattente per la libertà continua a essere attuale, sfidandoci a riflettere sui confini della giustizia e dell’etica in situazioni di conflitto.

Fonti:

  • Salvatore, Andrea (2019). Violenza, terrore, politica: per una definizione del concetto di terrorismo.
  • Cerella, Antonio (2009). Terrorismo: storia e analisi di un concetto. Trasgressioni, 49(3), 41-59.
  • Arendt, Hannah (1970). On Violence. Tr. it. Sulla violenza, Parma, Guanda, 1996.
  • Max Weber (1919), La politica come professione, Armando Editore, 1997

Due popoli, due stati

Weber, lo Stato, il territorio e la violenza

La risoluzione ONU 181 – 1947 che istituiva lo Stato di Israele prevedeva che ci fosse anche lo stato Palestinese : “due popoli, due stati”, e divideva il territorio assegnando il 54% a Israele e il rimanente alla Palestina. Fu approvata a larga maggiornaza ma gli stati arabi non l’approvarono sottolineando la loro ferma opposizione alla creazione di uno stato di Israele. Quella risoluzione non è stata ancora applicata.

Nella sua tormentata nascita lo Stato si è creato poggiandosi sue pilastri ben identificati da Weber: territorio e violenza. Lo stato si è appropriato della violenza come unico a poterla agire in modo legittimo sia all’interno dei propri confini sia all’esterno per difendere prima i propri confini e la propria popolazione, poi anche la propria sicurezza (cosiddetta guerra al terrore) e infini anche i propri interessi. lo Stato si è conquistato il monopolio della violenza legittima.

L’attribuzione di terrorismo, benche estremamente difficile da definire, ha una importanza cruciale nella situazione drammatica che vivono Israele e la Palestina. Cruciale per giustificare da una parte e dall’altra l’uso di una violenza che appare quasi inaudita, e che ci lascia inorriditi. Ma che cosa è terrorismo chi sono i terroristi?

A questo cerca di rispondere Antonio Cerella nel suo saggio “Terrorismo: storia e analisi di un concetto”, e le sue conclusione sono:

Il terrorismo è un fenomeno essenzialmente politico. Intensamente politico. È proprio nella sua sostanza che trova la molteplicità delle sue forme, il suo carattere complesso, la sua fenomenologia spuria, messianica. L‟Ordine, infatti, per sua stessa essenza, non può che assumere forme de-finite. Il Disordine, al contrario, complica gli spazi, i gradi e le possibilità di adattamento e trasformazione, sicché è, nella sua essenza, l‟informe per eccellenza. È questo l‟humus terroristico, il suo locus vitae. Terrorismo è dunque questione di forme. Di forme che traducono “sostanze politiche”. E del linguaggio che tenta a sua volta di afferrare tali forme in bilico fra decostruzione e costruzione1

Avendo lo Stato il monopolio della violenza legittima, è molto difficile imputare allo Stato la responsabilità giuridica di azioni che potrebbero essere definite terroristiche, e qui forse ci troviamo di fronte all’ostacolo maggiore per il riconoscimento come Stato della Palestina. La ‘forma’ Stato della Palestina, molto più che insediamenti e territorio, appare ciò che pone seri problemi di riconoscimento ad Israele. E’ sempre molto difficile imputare ad uno Stato la responsabilità giuridica di comportamente terroristici.

Se oggi la Palestina fosse uno Stato giuridicamente riconosciuto a tutti gli effetti, lo Stato della Palestina non avrebbe forse, alla pari di ogni altro Stato, il diritto di usare la violenza per difendere il proprio teritorio e la propria popolazione da chi lo aggredisce, invade o minaccia? Non avrebbe diritto di difendere con la violenza la propria sicurezza e i propri interessi?

Nessuna etica del mondo può prescindere dal fatto che il raggiungimento di fini “buoni” è il più delle volte accompagnato dall‟uso di mezzi sospetti o per lo meno pericolosi… e nessuna etica può determinare quando e in qual misura lo scopo moralmente buono “giustifichi” i mezzi e le altre conseguenze moralmente pericolose […] È il mezzo specifico della violenza legittima, semplicemente, come tale, messo a disposizione delle associazioni umane che determina la particolarità di ogni problema etico della politica… ciò vale in modo particolare per chi combatta per una fede, tanto religiosa quanto rivoluzionaria. […] Egli entra in relazione con le potenze diaboliche che stanno in agguato dietro ogni violenza. Max Weber 2

  1. Cerella, Antonio. “Terrorismo: storia e analisi di un concetto [Terrorism: Story and Analysis of a Concept].” Trasgressioni 49.3 (2009): 41-59. “.< https://core.ac.uk/reader/16414895 > ↩︎
  2. Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Milano, Mondadori, 2018 ↩︎

Tertium non datur

Israele Palestina

Il bisogno di schierarsi da una parte o dall’altra a sostegno di uno e l’altro dei protagonisti di questa ennesima tragica guerra appare quasi una necssità nel dibattito di questi giorni. La stessa situazione era avvenuta relativamente alla invasione Russa dell’Ucraina.

Deve esserci un colpevole e un innocente, una vittima e un aggressore, un buono e un cattivo.

Quanto questo possa essere rassicurante a livello individuale e psicologico lasciamo le riflessioni a questo ambito, ma quale funzione assume a livello sociale questa modalità di lettura degli eventi sostenuta in modo particolarmente attivo dai principali media? Per comprendere qualcosa in più possiamo provare a leggere quali effetti ha tale comportamento comunicativo. In particolare possiamo notare un effetto rilevante: di fronte a tali eventi l’imposizione a schierarsi rinforza i valori, ovvero una determinata visione del mondo, che si deve abbracciare schierandosi. Valori e visioni del mondo che vengono fatte apparire contrapposte utilizzando l’artificio retorico del tertium non datur : non esiste una terza possibilità di azione o visione. Non prendere una posizione tra la coppia proposta non significa indifferenza, questo sarebbe un ulteriore artificio retorico per sostenere il tertium non datur, semplicemente esistono sempre, nella complessità della vita e della società, più di due sole azioni o posizioni possibili, per cui è sempre possibile cogliere una terza, quarta .. possibilità.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.” Antonio Gramsci

La società è particolarmente complessa e per la sua comprensione è necessario affrontare questa complessità. Molto più semplice, come amava dire il presidente di una cooperativa in cui ho lavorato, affermare che delle due l’una: o è biaco oppure è nero, i grigi non esistono. Qui Lucio Caracciolo direttore di Limes prova ad affrontare e spiegare tale complessità relativa alla terribile situazione tra Israele e Palestina.

https://www.youtube.com/watch?v=m-RnzD1KPWo: Tertium non datur